Città e villaggi, Mondo

Anvy

Anvy era una di quelle città che fremevano di vita quasi in ogni momento della giornata.

Poco prima dell’alba, la zona del porto si animava delle grida dei pescatori e dei marinai che si incontravano sui moli per allentare gli ormeggi, e approfittavano della quiete della notte ormai sfumata per scambiarsi consigli e battute, prima di salpare sul Grande Drago d’Argento.

Nello stesso momento, da una mezza dozzina di edifici sparsi nel cuore della città cominciava a diffondersi il caldo sentore di impasto appena sfornato, che prendeva a fluttuare sinuoso tra le vie disordinate e risvegliava coloro che avevano la fortuna di vivere nei dintorni, conducendoli dolcemente verso la nuova giornata di lavoro.

Con le prime luci dell’alba poi, i mercanti aprivano gli occhi nei loro giacigli modesti e puliti, scendevano dabbasso per una sostanziosa colazione e poi si dirigevano lentamente e pigramente verso i loro banchi al mercato, in attesa che il sole superasse la fila di case all’orizzonte e portasse con sé le merci e i preziosi clienti.

Quando il sole era ormai alto nel cielo, le barche rientravano al porto cariche del pescato e dei frutti dei commerci oltre il fiume, e l’intera città cominciava a brillare davvero, popolandosi di nativi e soprattutto di viaggiatori, che lasciavano le taverne per passeggiare tra le strade e tra i banchi ormai carichi di mercanzia.

Quel brulicare andava avanti per tutto il resto del giorno e a sera, quando il sole tramontava e regalava al fiume i riflessi argentei per cui era famoso, l’attività ad Anvy calava, senza cessare mai del tutto. Dopo che i commercianti e i clienti si erano ritirati al sicuro nelle piccole case, per le strade si muovevano ancora gli operai del porto, che preparavano le barche ormeggiate con il carico per la mattina successiva; infine anch’essi si ritiravano per qualche ora, dando il cambio ai pescatori e ai marinai e il ciclo ricominciava.

 

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Nel cuore di Anvy, a un passo dal tempio di Fharlanghn e subito accanto al profumato panificio di Roverl Marn e figli, sorgeva una modesta locanda in pietra a due piani, il cui ingresso a pergolato, in primavera, si arricchiva della fioritura dei glicini violetti e del verdeggiante splendore dell’edera robusta.

Isadora Elerman, una delle due proprietarie, era nota in città per lo spiccato pollice verde, grazie al quale la locanda e i suoi ospiti godevano stagionalmente dei prodotti del piccolo orto sul retro nonché, ovviamente, del piacere delle cascate di fiori lilla, sotto le quali venivano spesso allestite le tavolate per i clienti e per gli amici dei dintorni.

La locanda del Fiore in boccio godeva di una discreta fama, che doveva in maniera equa alle doti da coltivatrice di Isadora e a quelle da cuoca di Margherita, sua cugina nonché socia da oltre dieci anni. Col tempo, le due donne avevano dimostrato all’intera città di non necessitare della presenza di un marito per scendere in affari, e si erano pian piano conquistate l’affetto e la stima dei commercianti vicini, nonché un flusso costante e del tutto soddisfacente di viaggiatori di passaggio ad Anvy. Chi giungeva in città, in cerca di un posto dove sostare comodamente, veniva ormai automaticamente indirizzato verso la piccola locanda in centro, nella quale però non sempre era possibile trovargli un posto.

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