Città e villaggi, Geografia

Mangwar

Sviluppatasi in tempi recenti da un piccolo insediamento al centro dei territori di Ileyn, Mangwar ha goduto non solo della costruzione della grande Strada Maestra, che da circa cinquant’anni collega la capitale alle sue cittadelle feudatarie, ma anche e soprattutto del clima mite ed equilibrato della zona, favorevole per le coltivazioni delle quali è sempre stata  ferma e attiva sostenitrice.

Per anni semplice città di passaggio per i viaggiatori, negli ultimi due decenni ha infatti mutato aspetto, grazie alla scelta del borgomastro di modificare l’assetto dei campi circostanti per impiantare grosse coltivazioni di fiori di lavanda, pianta adorata dalla figlia minore. Da allora, Mangwar ha accresciuto il suo prestigio come città dei filari dei fiori viola, diventando in breve la maggiore produttrice delle piante destinate alle città di Esterea e Ileyn, sedi dei laboratori artigianali di profumi di Irvania.

Oggi giorno, i viaggiatori che percorrono la Strada Maestra non possono che fermarsi, meravigliati, ad ammirare le distese di lavanda che circondano le basse case in pietra di Mangwar, entro le quali freme la vita della fauna locale, e che spandono il loro dolce sentore nella vallata, sorvegliate dalle cime gemelle di Sciatháin an Athar.

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Da Le fiamme di Dóiteáin, Parte seconda – Il viaggio, Capitolo 6:

“I campi di Mangwar si rivelarono un piacevole diversivo alla monotonia del viaggio. Ai confini della città, i vasti filari di lavanda creavano uno scenario quasi incantato, che i viaggiatori attraversarono guardandosi intorno con meraviglia. Anche Galatea fu costretta a riconoscere la bellezza di quei cespugli viola in fiore, che rapivano lo sguardo con i loro toni accesi e con la vita che sembravano attirare intorno a sé. Se fino a quel momento era stata convinta che fossero superflui e perfino pretenziosi, dovette ricredersi quando il profumo intenso e inebriante dei fiori la raggiunse, accompagnato dal ronzio incessante che fremeva tra i campi.

Poteva anche non essere il tipo di natura al quale era abituata, ma nulla di ciò che vedeva poteva dirsi innaturale, o insensato, anzi tutt’altro; era uno spettacolo che sapeva avrebbe rimpianto, una volta passati quei luoghi.

Un vecchio mulino fermo svettava oltre quelle macchie violacee, dove un tempo dovevano esserci stati i campi di grano e cereali; ormai però le colture in fiore ne avevano invaso il terreno, fin da quando la città di Mangwar aveva scelto di dedicarsi quasi esclusivamente ai filari, lasciando che fosse il commercio a soddisfare ogni altra esigenza. Il clima e il terreno della zona si erano rivelati ottimali per la coltivazione della lavanda, e la posizione così favorevole della città, al centro di una delle rotte commerciali più battute, aveva garantito a Mangwar e i suoi campi la fama e il prestigio dei quale necessitavano. Nessuno si sarebbe mai sognato di attraversarla senza fermarsi, ammirato, a osservare quel tripudio di colori.

Dietro i campi si scorgevano le basse case in pietra, ciascuna decorata da rampicanti in fiore alle finestre, e fu lì che i viaggiatori si diressero per riposare, all’ombra delle prime abitazioni e ancora distanti dalla frenesia della cittadina, da dove potevano ammirare i campi senza intralciare il cammino di chi proseguiva all’interno.”

 

 

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